Il Sogno di Marta

“Il Sogno di Marta”, è un racconto finalista del Premio Letterario Nazionale Poesia a Chiaromonte VII^ edizione, e anche della 31^ edizione del Premio Letterario Nazionale Trichiana Paese del Libro.

Viviamo tutti sullo stesso pianeta, ma ognuno di noi lo vede in modo diverso.

Mi chiamo Marta, ho centoventicinque anni e non riesco a ricordare quando sono uscita l’ultima volta da questa stanza. Vivo attraverso queste mura. Il bianco è il colore che mi tormenta, mi spaventa, mi circonda. Il mondo fuori l’ho sempre conosciuto attraverso lo sguardo delle persone. C’è stato un tempo dove ne vedevo ogni giorno una diversa, ma sono anni ormai che questo non accade più. Parlo con me stessa da troppo tempo, spesso, lo faccio ad alta voce per sentirmi meno sola. La verità è che non riesco più a scappare via da questa trappola infernale. Quando mi addormentavo, mi risvegliavo sempre in posti diversi. Questo, mi faceva sentire impotente. È come se mi avessero rinchiuso in una di quelle celle d’isolamento, buie, gelide, dove non passa un filo d’aria e l’unica luce che riesce a filtrare dentro è quella del sole rinchiusa nella mia memoria da bambina. 

Sì! Ho avuto anch’io l’età dell’innocenza, mi sentivo così forte, così nuova, così vera.

Ciò che calpesto è un pavimento formato da inutili fogli vuoti, bianchi, sparsi ovunque e privi di significato. Bloccata in una camicia di forza ho provato più volte a liberarmi dalla stretta morsa del rimpianto, senza esserci mai pienamente riuscita C’è stato un tempo dove anch’io ho provato amore, dove ho desiderato fortemente posarmi su quelle labbra, continuavo ad averle impresse nella mente, dove il desiderio era sempre più forte. I miei occhi credo di averli lasciati a una donna di passaggio, o forse era un uomo anziano, non lo ricordo più. Il mio cuore non so nemmeno più dove cercarlo, mi auguro solo che chiunque lo abbia preso, se ne prenda cura. 

Ho sempre sognato di lasciare un pezzo di me a chiunque mi abbia incontrato lungo il suo cammino, spero di esserci riuscita.

Non giudicatemi, non fraintendetemi. Il più ingenuo degli esseri umani potrebbe pensare che io sia fortunata, una predestinata, una che gioca con i sentimenti e con le persone. La realtà è che l’immortalità è un dono per pochi. Ma ho imparato a mie spese che non è affatto così piacevole! Si potrebbe cadere facilmente nell’inganno e credere che io sia riuscita a battere la morte in una partita a scacchi, per farle dimenticare per sempre il mio nome dalla sua infinita lista. Ma posso dire con certezza di averla vista avvicinarsi a me più volte, senza mai ricevere il suo fatidico bacio. Ora che nelle rughe del mio viso leggo tutti i miei anni, continuo a crede che la mia vita sia stata per certi versi un dono meraviglioso, non solo per me stessa. 

Ricordo ancora la prima volta che arrivai nella mia nuova casa, i miei genitori mi adottarono quasi per caso, i loro occhi si posarono su di me nello stesso istante, vidi i loro sorrisi intrecciarsi con il mio desiderio di portare loro un po’ di conforto. 

Mi avevano preparato una stanza davvero molto accogliente. Tra quei cuscini, posti sopra il letto, riuscivo a riposare piacevolmente. Avevano tanta cura di me, mi trattavano bene, mi diedero questo nome meraviglioso, lo incisero anche sulla mia pelle, in bella vista, così che tutti potessero saperlo. Solamente loro mi chiamavano così, mai nessun altro lo fece, almeno fino a quel momento. Mi dissero che era il nome della loro bambina, molti dei miei pensieri gliela ricordavano. Fui felice di avere un nome nuovo, e non ero affatto gelosa di chiamarmi come qualcuno esistito prima di me.  

Spesso, nelle tarde ore della sera, mio padre veniva in camera, mi prendeva in braccio e mi portava con sé, andavamo sempre nella sala grande di casa, lì c’era un enorme focolare.  

Nei mesi invernali si divertiva ad accenderlo, la legna non mancava mai a riscaldarci e a illuminare l’intera stanza. Sedeva sempre su una delle due poltroncine rosse poste difronte al camino, poi accendeva la sua pipa e iniziava a leggere a voce alta.  Era buffo vederlo fumare, soprattutto quando il fumo si faceva largo tra i folti baffi. Mi piaceva ascoltarlo, amavo il timbro della sua voce, bassa, roca, accentuata sempre più dagli effetti che il tabacco aveva lasciato alle sue corde vocali. Passavamo diverse ore insieme. Molte volte, esausti, ci addormentavamo insieme, spesso crollavo sul suo petto, altre invece, mi lasciavo scivolare sul tappeto, vicino ai suoi piedi.

Nel cuore della notte, era sempre mamma a portarmi a letto, la vedevo arrivare nella penombra con addosso una lunga vestaglia di seta blu, mi prendeva in braccio e mi lasciava lì dove papà mi aveva preso. Con lei il rapporto era diverso, giocavamo insieme solo nel pomeriggio, sporadicamente la mattina presto. I giorni che seguirono, furono per me davvero idilliaci, mi sentivo una parte importante della famiglia, vedevo i loro sorrisi, ricevevo coccole, ma con il passare del tempo, questo amore venne sempre meno, si dimenticarono persino di me.

Un giorno accadde qualcosa che cambiò per sempre la mia vita. Un incendio si portò via l’intera abitazione, la casa che mi aveva prima accolto e poi cresciuta, in poche ore divenne solo una catasta di cenere e qualche pezzo di legna bruciata, sparsa ovunque. Nel giorno più triste della mia esistenza, le urla arrivarono fino alla fine del quartiere, perdendosi in qualche luogo ancora sconosciuto.

Nessuno venne a salvarmi. Nessuno venne a prendermi. Papà si era addormentato. Fu fatale il cerino acceso che precipitò dalle sue mani fino a urtare contro il tappeto.

Dio solo sa quanto piansi in quel momento. Caddi a terra, finendo sul pavimento, a pochi passi dalla porta della mia stanza, interamente invasa dalle fiamme, la vedevo bruciare.

Provai a tirarmi su, ad afferrare la maniglia ormai incandescente, ma non riuscivo ad alzarmi. Il tetto mi crollò addosso, e con esso si frantumarono anche tutti i miei sogni. Non vidi mai più i miei genitori.

Quando le fiamme si spensero e il fumo naufragò attraverso il cielo, mi svegliai. Ero riuscita a salvarmi da quell’inferno, non chiedetemi come feci, non è lecito sapere, ma ci ero riuscita. Ero conciata davvero molto male, a pochi passi da me, un frammento dello specchio della camera da letto rifletteva la luce del nuovo giorno, mi accecava. Avevo paura, e feci di tutto per evitare di specchiarmi. Sapevo di non avere più il mio vecchio aspetto. Il vestito verde era completamente bruciato, mi sentivo a pezzi, il viso quasi del tutto cancellato, non riuscivo più a stare in piedi, per questa ragione mi lasciai abbandonare al triste destino. È stato l’attimo in cui mi sono sentita ferita fin nel profondo, ero stata distrutta, violentata dalla mia stessa esistenza. 

Pioggia, vento, freddo, ho vissuto giorni tristi, solitari. Poi arrivò il sole, e con lui la voce gentile di un uomo. Si avvicinò, mi raccolse da terra, mi sollevò al cielo, riuscivo a vedere i suoi occhi chiari, quasi di ghiaccio, ma solo nel colore. Ero completamente ricoperta di fango, mi sentivo sporca, mi vergognavo in quelle condizioni, ma non potevo fare nulla.

«Marta.» sussurrò sorridendo, «Ti porto via con me.» aggiunse stringendomi tra le mani.

Si prese cura me, con lui mi sentivo finalmente al sicuro, protetta da tutta la cattiveria ricevuta, credo mi abbia anche amato, e io ho amato lui fortemente.  Le sue mani erano sempre così morbide, soffici, mi accarezzava spesso e lo faceva con la delicatezza di chi non vuole più vederti soffrire. Portava un anello d’orato all’anulare sinistro, probabilmente era sposato, ma non vidi mai nessuna donna in casa.

Quando mi toccava, per medicarmi, lo faceva sempre dopo aver indossato i guanti beige di velluto.

Premeva piano sulle mie ferite, faceva molta attenzione nel riparare tutto il male che avevo conosciuto. In poco tempo era riuscito a riportare indietro la mia anima, mi diede un volto nuovo. Potevo finalmente tornare a sorridere. Aveva cucito per me un nuovo abito, quello che indossavo prima dell’incidente, era pieno di crepe, sgualcito, strappato.  Marrone scuro, è questo il nuovo colore che aveva scelto per me, e ancora oggi lo indosso con orgoglio. 

Mi lasciò scivolare su uno scaffale, quello in cui erano conservati i suoi ricordi migliori.

Anche per lui l’età avanzò miseramente, lo vidi invecchiare anno dopo anno. Come la più triste delle realtà, la donna in abito nero arrivò anche per lui. Poco dopo l’ora di cena, si accasciò per terra, le urla gli si strozzarono in gola, si rannicchiò su sé stesso e tese la mano chiedendo il mio intervento.

Mi sentivo come immobilizzata, non sapevo cosa fare, mi lasciai cadere nel tentativo di raggiungerlo, sapevo di dover fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Si spense per sempre, il mio cuore era ormai in frantumi e tornai a piangere ancora una volta, poi di colpo il buio.

L’ultimo ricordo che ho risale a qualche giorno fa.  Addormentata in un sonno profondo, non mi ero accorta di quanta polvere e ragnatele mi stessero circondando.

Una donna non più giovanissima mi osservava dall’alto, portava sul naso dei grossi occhiali da vista che le ingigantivano gli occhi, quasi a farli diventare un tutt’uno con il resto della faccia.

Indossava una camicetta abbottonata fino al collo e un cardigan azzurro chiuso sul petto da una grossa spilla. Viaggiammo in auto per diversi chilometri. Dal sedile del passeggero la osservavo mente era alla guida, aveva un’espressione felice, quelle di chi aveva appena scoperto un tesoro. Non sapevo chi fosse, ma avevo bisogno di entrare in un’altra vita. Quando mi abbandonò sulla scrivania, ebbi davvero tanta paura, forti luci mi osservavano da tutti i lati, “Cosa volete?” provai a urlare, “Vi prego lasciatemi in pace, portatemi a casa.” pensai, però mi resi conto che non avevo più nulla da perdere.

«Clara!» urlò all’improvviso la donna che mi aveva portato lì.

«Professoressa Rasulo, mi dica.» rispose una giovane ragazza vestita con un tailleur nero e camicia bianca

«Questi sono i nuovi volumi, vanno catalogati e inseriti nel database.»

«Certo! Lo faccio subito.» disse afferrando un carrello con sopra una dozzina di libri.

«Aspetta, c’è dell’altro!» continuò, bloccando la ragazza «Vieni con me.» ordinò euforica dirigendosi dalla mia parte.

«Cos’è?» domandò ingenuamente Clara

«Ti presento Marta.»

«Marta?» rispose stupita la ragazza

«Sì! Proprio lei.» gli occhi della professoressa si riempirono di gioia «Le darò una ripulita, poi la accompagnerai al secondo piano. Al centro della sala c’è il posto che le abbiamo riservato. Adesso puoi andare.» Mentre Clara si allontanava, la professoressa prese un pennello iniziò a solleticarmi spostando il vestito

«Marta cara, ti stavamo aspettando, non sai nemmeno da quanto tempo.»

«Questa, invece, è l’ultima arrivata.» spiegò Clara a un gruppo di visitatori, «Un’opera secolare, andata perduta per diversi anni. È stata ritrovata nell’appartamento di uno storico restauratore di opere antiche, il suo valore è inestimabile. Unica nel suo genere. Come potete vedere, ha subito un importante intervento di restyling nella parte esterna, ma il suo interno è originale e ben conservato. L’autore è anonimo, il titolo è andato perduto durante un incendio che per fortuna non ne ha compromesso il contenuto, è un’opera incompiuta, le ultime pagine sono rimaste vuote per volere dell’autore, perché questo, è l’unico manoscritto dove il lettore può scegliere il proprio finale. Prego, spostiamoci nell’altra ala dedicata a William Shakespeare.» Clara aspettò che l’ultimo visitatore si allontanasse prima di girare lo sguardo per salutarmi con un sorriso.

Adesso vivo in una preziosa teca, le mie pagine sono sempre aperte, affinché i vostri sguardi possano confondersi con il mio. 

Michele Ungolo

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